Tradizione vedica

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I “Veda” sono un complesso di opere scritte molto antiche, considerati  tra i più vecchi documenti dello spirito umano,  essi  appartengono alla tradizione indiana dei leggendari Ariani.

Alcuni fanno risalire i primi scritti al 6000 a.C., altri al 4500 a.C., altri al 3000 a.C. o al 2000 a.C., altri ancora considerano i primi scritti vecchi di oltre 10.000 anni.

Wilson (studioso dei Veda) scrive: ” … i Veda ci forniscono abbondanti informazioni in merito a tutto ciò che ci interessa per lo studio dell’antichità”.

Esistono quattro Veda : Rg, Yajur, Sama e Atharva. Il più importante di tutti è il Rg -Veda con canti ispirati, che gli Ariani portarono con se’ dalla loro patria originaria (centro Europa). Ciascun Veda consiste di tre parti : Mantra, Brahmana e Upanisad. I Mantra sono inni chiamati anche Samhita, i Brahmana contengono precetti e doveri religiosi, mentre le Upanisad discutono problemi filosofici e sono le parti conclusive dei Brahmana. Le Upanisad (1600 a.C.) sono anche denominate  Vedānta  (fine dei veda), il che suggerisce che esse contengono l’essenza dell’insegnamento vedico.

Scrive Raphael (filosofo advantin): «la finalità del Vedānta è portare l’individuo all’integrale liberazione dall’ignoranza (avidyā) individuale ed universale».

 

La Bhagavad Gītā

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La Bhagavad Gītā è un poema della Tradizione Vedica, che fa parte del sesto libro del Mahabharata, la grande epopea indiana attribuita al leggendario Vyāsa. E’ un’opera poetica e filosofica che viene fatta risalire da alcuni studiosi al V sec. a.C. . Insieme alle Upanisad e al Brahamasutra sono considerate la triplice scienza del Vedānta. La Bhagavad Gītā svela il segreto dell’agire senza agire in un mondo compenetrato di movimento e di conflitto.

“Se ami l’immortalità impugna la folgore del giusto agire (Karma yoga) e squarcia il dubbio che ti costringe. Quest’opera svela il segreto dell’azione non incatenante”. (Raphael)  

I Saggi del Vedānta, che hanno scritto le Upanisad e la Bhagavad Gītā si sono interrogati sui significati delle antiche ritualità e liturgie ed hanno concluso che, se l’uomo non tocca la vera essenza del suo problema imprigionante, non può risolversi e liberarsi … la loro enfasi si dirige così all’uomo, in quanto soggetto produttore di incompiutezze, e al Brahman (Dio Assoluto) quale méta di liberazione.

L’ignoranza è la chiave che imprigiona l’essere al mondo del divenire, e più che i riti e le litanie, la Conoscenza-realizzazione può liberarlo ed affrancarlo.

Se ci si spoglia dell’idea del corpo e si opera sul piano dell’intelletto superiore, ci si incammina progressivamente verso l’IDENTITA’; si può passare, così dal Dualismo al Monismo fino all’ADVAITA (visione metafisica): UNO SENZA SECONDO. Se si desidera conservare l’idea del corpo, di fronte a Dio si sostiene un ruolo di servitore, adoratore, devoto, ma questa posizione dualista consente, tuttavia, la purificazione dell’io. … Quest’insegnamento di differente accostamento alla Realtà è sintetizzato  nella Bhagavad Gītā.