PITAGORA

Scultura ritratto Pitagora

Pitagora è nato verso il 580, (o 590) nell’isola di Samo. Suo padre è un agiato gioielliere. Il bambino, molto dotato, è affidato ai migliori precettori del tempo, tra cui Pherecide di Syros, iniziato all’Orfismo, Anassimandro di Mileto, sapiente “matematico”, ed anche Talete di Mileto che fu colpito dall’eccellenza dei suoi doni. Ebbe in seguito maestri fenici (Tiro, Sidone). Poi, dietro raccomandazione di Policrate (tiranno di Samo) presso il faraone del Basso-Egitto Amasis, Pitagora seguirà la formazione scientifica ed iniziatica dei collegi sacerdotali di Heliopolis (e forse di Memphis). Infine Pitagora incontrò dei “maghi” Caldei (in Fenicia?) e fu ospite di Templi Greci, in particolare il Tempio di Apollo a Delo, prima di riguadagnare, dopo un’assenza di oltre 25 anni, la sua isola di Samo. Tentò, senza successo, di aprirvi una Scuola, prima di emigrare circa all’età di 40 anni, nel 540 (532 secondo certe fonti), in Magna Grecia (Italia del Sud). Vi creò, a Crotone, una Scuola “laica” di Saggezza diventata rapidamente famosa, il cui reclutamento, l’organizzazione e l’insegnamento erano riservati, gli adepti venivano scelti e sottoposti a prove iniziatiche, probabilmente in modo simile alla scuola egizia di Heliopolis.  L’insegnamento principale di Pitagora è senza dubbio quello dell’Armonia universale al di sopra del mondo sensoriale. I Pitagorici vedevano nel mondo dei sensi nient’altro che apparenze: le cose appaiono e scompaiono, sono relative e mutevoli e quindi incerte, inafferrabili e incomprensibili al pensiero. Sotto le apparenze  però vi è, per i Pitagorici, una realtà fissa, assoluta e definita, che è costituita da ciò che nelle molteplici forme è numerabile e misurabile, ovvero da una trama di rapporti che possono essere indagati e calcolati, i quali formano un ordine e una armonia determinabili con rigorosa esattezza. La realtà, nella sua unità essenziale, è dunque numero e misura. Il numero pitagorico non è solo un’espressione quantitativa, ma – per l’identificazione operata tra significato aritmetico e significato geometrico – esso assume prevalentemente un aspetto qualitativo. Se il numero è la substantia di tutte le cose, di ciò che vi è di permanente nella realtà dietro ad ogni mutamento, allora tutte le opposizioni delle cose (contrasti, disarmonie, ecc.) vanno ricondotte a ‘rapporti di opposizione’ tra numeri.

Come già Eraclito, anche i Pitagorici ritenevano che la lotta tra gli opposti fosse conciliata da un (superiore) principio d’Armonia che il pitagorico Filolao definisce: «unità del molteplice e concordia del discordante». L’Armonia trova la sua espressione più nobile nella musica, i cui rapporti matematici sono assunti dai Pitagorici come modello di tutte le Armonie del Cosmo, che aveva il significato di «Ordine» e che sarà poi assunto e tramandato in tutte le autentiche scuole filosofico-iniziatiche. I Pitagorici coltivavano la musica in quanto la ritenevano strumento d’educazione morale e di purificazione dell’anima, ma soprattutto perché – analogamente ai simboli o ai miti – tutto il pensiero iniziatico antico dava per scontato che il Cosmo consistesse essenzialmente di suoni (vibrazioni). La musica fu per la scuola pitagorica oggetto d’indagine scientifica: si scoprì che gli accordi dei suoni sono traducibili in numero e che la stessa progressione dell’altezza delle note musicali nell’ottava rivela una precisa corrispondenza – formulabile in una legge numerica – col variare della lunghezza della corda sonora. È dunque la presenza (o l’assenza) di un certo rapporto numerico in un complesso di qualità uditive (percezione del suono) ciò che fa sì che ci sia un certo accordo (armonia) piuttosto ché un altro, un certo suono piuttosto che un altro

«Qual è la cosa più bella? L’armonia – rispondeva un pitagorico». (Giamblico – Vita pitagorica)